Il Posto – Cucina ed eventuali già Osteria della Chiesa
Scarica il programma di settembre

Categoria: Concerti, Cucina, Eventi speciali, Mostre

Ripartiamo con una novità su tutte: il Posto cambia orario!

Dopo innumerevoli richieste prolungheremo infatti l’apertura serale della cucina, dalle 20 alle 23.30, restando invece chiusi a pranzo.

A breve arriverà la nostra prima carrellata di appuntamenti musicali e a brevissimo il nuovo menù trimestrale del nostro chef Gennaro Di Pace.

Vi aspettiamo.

Categoria: Eventi, Mostre
9 giugno 2010
19:00

Anche se il peggio fosse evitabile, è già terribilmente triste vedere la Cina che rinuncia progressivamente alla sua diversità per diventare sempre di più un paese come tutti gli altri. È triste per moltissimi cinesi ed è triste per certi stranieri come me che, non avendo mai visto la Cina come un grande mercato, ma come una diversa esperieza di civiltà, hanno speso anni a cercare di capirla, finendo per averci una storia che è stata anche una storia d’amore”.

Tiziano Terzani (1998)

Inaugurazione della mostra di Franco Valli e Marta Papini

Diciotto dittici fotografici mettono a confronto la Cina, le città e la sua gente, a distanza di venticinque anni, attraverso gli occhi e le immagini scattate da un turista per caso, Franco Valli (classe ‘24), nel 1985, e quelle realizzate da sua nipote, Marta Papini (classe ‘85), che ha visitato lo stesso paese nel 2010, trovandolo profondamente cambiato.

Paese nell’occhio del ciclone da almeno un ventennio, la Cina non passa inosservata; piuttosto stupisce, incuriosisce e al tempo stesso, fa paura. Ciò che più di tutto impressiona è la velocità scovolgente della sua crescita economica, che ha portato e tuttora porta con sé un’inevitabile rimescolamento di valori e gerarchie all’interno e ad ogni livello della società cinese.

Le fotografie esposte raccontano la transizione dalla rivoluzione culturale alla modernizzazione, dove l’ammiccamento costante ai modelli occidentali, si riflette nell’architettura, nel commercio, nello stile di vita e nei costumi della popolazione metropolitana, rendendo evidente il contrasto e la contraddizione di questo singolare melange, sviluppatosi nella quotidianità di un paese comunista, seppur con caratteristiche cinesi, dove modernità e conservazione si intrecciano confusamente e pericolosamente. E dove spesso la prima vince sulla seconda. “Xioping ha messo il cielo in terra e la terra in cielo” chiosava Terzani in un saggio del 1998.

Fino al 31 luglio 2010. Ingresso libero.

Categoria: Eventi, Mostre
20 aprile 2010
19:00

Inaugurazione della personale del giovane fotografo palermitano Federico Collovà, che sceglie di mostrare, attraverso le immagini, le ferite profonde dell’Aquila terremotata in un luogo – la Zona Rossa – divenuto simbolo della tragedia. Un’energia violenta che non coglie differenze né fa eccezioni: i palazzi del governo e del potere come la chiesa cittadina o l’ospedale diventano edifici espugnabili alla stregua di una qualsiasi semplice abitazione.

Il 6 aprile 2009 il tempo si ferma a L’Aquila e scuote per sempre il suo punto più fragile ed antico, il suo centro storico, da quel giorno ribattezzato univocamente Zona Rossa.

L’Aquila è una città violentata, dove la privacy e l’intimità delle case sono venute meno insieme ai suoi abitanti, dove non esistono più confini e strade.

Il centro storico, inagibile e da mesi disabitato, con il trascorrere dei giorni assume le sembianze di una città fantasma, dove gli unici autorizzati a varcarne le soglie sono gli uomini della Protezione Civile. Estranei. Nelle immagini l’assenza silenziosa della vita e dell’elemento umano evocano tragicamente le vittime e chi dalle case diroccate è stato costretto a fuggire e forse a non tornare.

Gli scatti di Collovà, dove l’uso del bianco e nero serve a marcare il tentativo di descrivere in maniera quanto più autentica ed oggettiva lo scenario postbellico de L’Aquila terremotata, parlano in silenzio di una città lacerata, sfigurata, dove crepe e crolli sono ferite lontane dal rimarginarsi, accentuate dall’uso enfatico e tagliente che il fotografo fa della luce, raggiungendo in questo modo un realismo che imbarazza lo spettatore.

Un silenzio assordante. Davanti a questo silenzio, le fotografie sono contingenti, necessarie. Registrano e cristallizzano la realtà: da un lato la distruzione, dall’altro il desiderio di ricostruzione. Senza propositi o finalità politiche o morali. Le architetture fotografate da Collovà sono nude e tradiscono l’equilibrio precario che ancora le sostiene: icone della tragedia aperte all’interpretazione o ad un’inevitabile strumentalizzazione. La mostra vuole fermarsi un secondo prima e desidera solo far vedere.

Federico Collovà nasce a Palermo nel 1982. Attualmente vive, lavora e studia musica a Bologna. A queste attività affianca da sempre la fotografia intendendola come lo spazio libero, intimo, estremamente personale in cui liberarsi. Una necessità, quella della fotografia, che si esprime attraverso l’utilizzo del bianco e nero classico. Nel 2009 espone nella sua prima personale Analyze Me, insieme al fratello Fabrizio Collovà, una serie di scatti inediti presso la galleria “Lanterna Magica” di Palermo. Con L’Aquila, La Zona Rossa Federico Collovà presenta la sua seconda personale e il suo primo lavoro di stampo reportagistico. I suo lavori sono consultabili sul sito personale www.federicocollova.com.

Categoria: Eventi, Mostre
5 marzo 2010
19:00

Guardare mangiare. Il ristorante è luogo di socialità e di piacere, quasi mai ci si va per vera fame. Per questa sua natura è un contenitore privilegiato di umanità, nelle sue più svariate sfaccettature e forme, ognuna con la propria storia. Vissuta, raccontata o semplicemente immaginata.
Le pareti del Posto diventano il supporto sul quale si snoda l’idea di Arianna Vairo e Davide Brace, pensata ed elaborata dopo un periodo di osservazione delle dinamiche interne del ristorante.
Sfruttando le caratteristiche del luogo e la ripartizione in due ambienti adiacenti e della stessa lunghezza, il duo sviluppa ed amplia il racconto in due distinte sezioni.

La prima prende avvio dalla grande tavola illustrata posta sul palco, in posizione dominate, che descrive una scena corale, una sorta di istantanea del ristorante e dei suoi ospiti, colti in un momento casuale e non ben definito. Da questa visione centrale esplodono le tavole più piccole, che mettono a fuoco, con inquadrature e soggettive, gli stessi personaggi visti nel ritratto di gruppo, ora ripresi in un tempo che precede o segue di poco lo svolgimento della scena madre. In questo modo, attraverso l’accostamento continuo e il riordino delle immagini è possibile per il fruitore ricostruire la varietà di digressioni e sequenze, rimandi e collegamenti, iniziando ad entrare nelle singole storyline dei protagonisti. Tutto ciò in modo del tutto soggettivo, ciascun lettore infatti può montare mentalmente il fumetto assecondando una propria versione dei fatti.

Nel secondo ambiente una serie di tavole a fumetti racconta in forma di frammenti narrativi e flashback episodi estratti dalla storia personale di alcuni dei personaggi conosciuti nella prima sala, circostanze non più necessariamente legate alla scena principale. Le singole vicende infatti sono il frutto della penna e della creatività di diversi autori chiamati ad intervenire per l’occasione, ai quali viene accordata la massima libertà narrativa. Unico spunto di partenza è l’immagine di un personaggio. Storyline parallele ed incrociate, in cui si articolano storie e personaggi diversi e in cui non manca il colpo di scena finale. Realtà o finzione?

Le tavole illustrate e a fumetto (rigorosamente originali) sono di Arianna Vairo, milanese, classe 1985. Dopo gli studi artistici realizza illustrazioni e disegni per diverse riviste, per gruppi musicali italiani come Mariposa e Julie’s Haircut, e per il portale musicale Rockit. Collabora con Cabila Edizioni realizzando diverse copertine e il libro illustrato Dove vanno le iguane quando piove. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre tra Milano, Bologna, Roma, Genova, Barcellona e Stoccolma. Si sta specializzando nelle tecniche di stampa incisoria collaborando con la stamperia Il Foglio a Milano.

A Davide Brace è affidata la creazione dei personaggi e la sceneggiatura della narrazione nella prima sezione. Ingegnere elettronico (forse pentito, nel dubbio disoccupato). Cantautore, performer e musicista coinvolto in vari progetti. Membro fondatore del collettivo Tafuzzy col quale produce opere artistiche ed organizza eventi. Collaboratore in veste di critico musicale e giornalista di alcune testate web e cartacee. Appassionato di fanzine, fumetti, illustrazioni, tecniche di stampa, street writing.

Insieme hanno selezionato i sei autori che si occuperanno dei racconti nella seconda sezione. A Andrea Scarabelli, Antiniska Pozzi, Diego Fontana, Giovanni Fantasia, Iosonouncane e Valerio Millefoglie sono stati affidati i sei personaggi già delineati sia fisicamente che caratterialmente attraverso le sequenze della prima sezione. Ognuno degli autori dovrà raccontare con un breve scritto chi sono veramente questi personaggi al di fuori del ristorante.

Il cerchio di storie e personaggi sarà chiuso dalle tavole a fumetti di Arianna Vairo che illustreranno questi brevi racconti.

L’evento è inserito nel calendario espositivo Attorno al Festival di BilBOlbul, Festival internazionale di fumetto, giunto quest’anno alla sua quarta edizione (Bologna, 4-7 marzo 2010).

L’evento è inserito nel calendario espositivo Attorno al Festival di BilBOlbul, rassegna internazionale del fumetto.
bilbolbul

Categoria: Eventi, Mostre
29 gennaio 2010
19:00

lorenzoguaiasulposto

In occasione di Arte Fiera – Art First Il Posto ospita una personale di Lorenzo Guaia, bolognese, classe 1968, nella quale trovano spazio gli esiti più recenti di un cammino artistico iniziato nel 1995, grazie all’incontro con il pittore bolognese e futuro maestro Antonio Postacchini. Nel 2003 Guaia intraprende un percorso di ricerca formale completamente autonomo che nel tempo si articolerà in due filoni, concepiti e approfonditi separatamente, ma che talvolta dialogano nelle sue tele. Entrambi i progetti rivelano i debiti e le influenze di Guaia, stilistiche e teoriche, appassionato conoscitore e ammiratore di correnti e linguaggi artistici riferibili ai movimenti pop e minimal del secolo scorso.

Il primo filone si sviluppa intorno al tema del paesaggio urbano contemporaneo, dominato da palazzi, acquedotti o complessi industriali abbandonati, riprodotto sulla tela in maniera oggettiva, lineare e realistica, al limite del fotografico. La gamma di colori ridotta al minimo, circoscritta in molti casi alle sfumature neutre del bianco e del grigio intervallate talora da tratti e macchie gialle e verdi, contribuisce a distorcere ed alterare la visione prospettica dell’intera scena, già falsata nelle fotografie, ottenute con grandangolo o teleobiettivo, punto di partenza per la realizzazione di ogni tela.

Il secondo filone utilizza le tecniche del collage di materiali e oggetti e più recentemente il decollage di manifesti pubblicitari per realizzare la base del quadro, che l’artista in un secondo momento rende uniforme ed omogenea verniciandola di bianco. Su questo fondo Guaia disegna oggetti estrapolati dalla vita quotidiana: pianoforti, tavolini da bar, cartelloni pubblicitari e sedie accatastate e chitarre. I contorni neri delle figure, grafici e molto marcati, sottolineano l’essenzialità delle linee e l’isolamento cromatico dell’oggetto rappresentato, percorrendo in questo modo la via della riduzione e semplificazione delle forme.

In entrambi i progetti i materiali utilizzati sono molteplici, spaziando dall’acrilico, allo smalto sintetico, al colore ad olio o al carboncino per i tratti neri disegnati, alla sabbia per le porzioni di pittura più materiche, mentre i supporti variano dalla tela, al legno, dall’alluminio all’acciaio.

I riferimenti stilistici, nonché tecnici ed iconografici, alle correnti pop e minimal sono tangibili nei due percorsi e nei loro esiti. L’utilizzo di un lessico formale semplice, essenziale ed oggettivo, e il cromatismo limitato si combinano infatti con la scelta dei soggetti tratti dall’universo quotidiano e con l’introduzione di tecniche e mezzi non tradizionali quali collage, decollage, fotografia, serialità e ready made, solo per citarne alcuni.

Categoria: Eventi, Mostre
15 dicembre 2009
19:00

Zoom

Il Posto ospita la nuova collezione di abiti dell’atelier bolognese Pesci Pneumatici. ZOOM: COME MI VEDI? è l’ultimo prototipo progettato per la primavera 2010, dopo il successo di Puzzle nel 2009, un abito basico stampato e proposto in uno sviluppo di dodici taglie, dalla 22 alla 46, con una vestibilità che va dai due anni fino all’età adulta. L’abito di chiama ZOOM, non solo perché lo sviluppo delle taglie accostate riproduce la forma conica di uno zoom fotografico, ma anche perché le grafiche proposte rendono sia concettualmente, che dimensionalmente, l’idea dello sviluppo ottico, dell’iscrizione di una cosa dentro un’altra, dal grande al piccolo. L’abito è proposto per il momento con un portfolio di sei sviluppi di grafiche: PESCI (dalla sardina al capodoglio), PALLE (da 1 a 20 cm di diametro), MATRIOSKE, IL PESO DELL’ORO (da 1 a 200 grammi), IMBUTI, CLOROFILLA (dalla gemma al frutto). Le grafiche di una stessa serie variano per colore e dimensione, con l’aumentare delle taglie. L’abito viene realizzato e stampato su ordinazione di taglia, colore e grafica.

L’atelier dei Pesci Pneumatici è un’esposizione permanente di opere di sartoria e design provenienti da Marsiglia, Berlino, Barcellona, Lisbona e Buenos Aires, ma anche dai dintorni di Bologna. Uno sguardo trasversale sull’ultima produzione tessile hand-made e sul ricco panorama della creatività internazionale. Ricavato in un’abitazione privata, all’ultimo piano di un antico palazzo del centro di Bologna, un piccolo spazio aperto al pubblico dedicato alla distribuzione (esclusiva per l’Italia) di una ventina di marchi, sconosciuti ma molto promettenti, della sartoria creativa e del design tessile contemporaneo. Luogo di progettazione, confezione e vendita quindi, ma soprattutto di ricerca di nuovi talenti, presentati periodicamente in esposizioni personali e in workshops dedicati al tessile.

Categoria: Eventi, Mostre
20 ottobre 2009
18:30

gummy

Fino al 23 novembre 2009

Il Posto ospita Ramblin’, un’esposizione di fotografie di Matteo Gabella.
La mostra costituisce il tributo del fotografo alle sfuggenti composizioni che la normalità quotidianamente offre ai nostri occhi, con un linguaggio proprio della street photography. La street photography è una modalità di approccio al reale che si svolge nel singolo istante che intercorre tra lo scorgere una situazione e l’immortalarla in una fotografia. Le ambientazioni sono tanto varie quanto lo sono i luoghi visitati e percorsi dal fotografo. Gli scatti non rivelano filo conduttore né consequenzialità, fatta eccezione per lo sguardo dietro l’obiettivo, l’unico vero punto (di vista) fermo, ma allo stesso tempo sempre in movimento.
Gli scatti di Matteo Gabella tradiscono il debito con l’arte cinematografica espressionista, nella sua tendenza a forzare le parole e le immagini in funzione di un’espressività più intensa e profonda. Le immagini, montate su ampi pannelli neri, offrono all’occhio uno squarcio su un mondo a volte ironico, a volte insolito, sempre fortemente evocativo. Queste foto ritraggono luoghi, persone e particolari marginali e dichiarano il loro amore per il mondo mediocre eppur stupefacente, che ognuno di noi può vedere semplicemente girovagando. Ramblin’, appunto.

Matteo Gabella nasce a Bologna nel 1975, dove vive e lavora. Da sempre attratto dall’immagine in ogni sua forma, nel 2001 comincia a muovere i primi passi come fotografo: il suo percorso si è andato formando attraverso diversi stili, dal ritratto alla rappresentazione del non-luogo fisico, sempre mantenendo come filo conduttore una ricerca del particolare decadente o bizzarro. Attualmente la sua predilezione è catturare i frammenti di quotidianità, che intrappola in composizioni quasi irreali, cercando rimandi all’arte cinematografica espressionista verso la quale si ritiene debitore.
Il suo lavoro è raccolto nel sito personale: www.stranigiorni.com

Inaugurazione a partire dalle 18.30.
Ingresso libero.
Fino al 26 novembre.

Categoria: Eventi, Mostre
15 settembre 2009
18:30

c-simmetria-18_05_20092

VUOTI D’AUTORE

La pittura agisce su due dimensioni, anche se può suggerirne tre o quattro. La scultura agisce su tre dimensioni, ma l’uomo ne resta all’esterno, separato, guarda dal di fuori le tre dimensioni. L’architettura invece è come una grande scultura scavata nel cui interno l’uomo penetra e cammina.

Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, Torino, 1964

Un’installazione non si può fotografare nè descrivere, va vissuta. Ci si può immergere, percorrerla, osservarla da più punti di vista e prospettive, focalizzare e soffermarsi sui particolari, entrarci e uscirne solo quando la vista è sazia. La percezione dell’opera diventa esperienza ed il fruitore si muove nello spazio indirizzato dall’artista.

Il Posto ospita gli interventi di Giacomo Lion, giovane emergente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, la cui ricerca muove da uno spiccato interesse e sensibilità verso la dimensione spaziale, che indaga e altera arrivando a ridefinirne la struttura. Negli ambienti del locale l’artista installa un telaio in bambù, spoglio nelle forme e nei colori, efficace nel rendere manifesto al fruitore le linee essenziali della stanza. Allo stesso tempo interviene nello spazio bianco della sala inventando trame e traiettorie che ritmano il vuoto architettonico.

Lion coinvolge e inganna lo sguardo educato ad un unico punto di fuga, sovrapponendo linee ed intrecci che disorientano il fruitore.
Il bambù utilizzato è ciò che rimane di un intervento di arte pubblica. Il progetto originario di Giacomo Lion per il Posto si è modificato nel tempo ed ha trovato la forma definitiva con la scelta di “riciclare” un’installazione non più esistente, modificandone però forma e significati.
Se già conoscete il Posto, attraverso l’intervento di Lion lo ri-conoscerete, con uno sguardo
diverso, perchè la struttura è stata letta, interpretata e di seguito alterata, spezzata e poi ricomposta dando vita a nuovi ed ulteriori spazi. Se non lo conoscete, avrete l’occasione di sperimentarlo e viverlo attraverso quest’installazione temporanea, prima che assuma altre forme.

Giacomo Lion (Padova, 1985), nel 2009 si laurea in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2008 prende parte a una mostra collettiva allestita in Piazza VIII Agosto a Bologna, organizzata dalla galleria Tempo per le farfalle; nello stesso anno espone nella personale Le anatre parlano col silenzio a Reggio Emilia; nel 2009 espone a Firenze presso lo stand Pitti Uomo; a Bologna partecipa ad una mostra collettiva sulla Torre Prendiparte; partecipa al concorso MAXXI duepercento. Attualmente è presente in OPEN 12, collettiva allestita presso l’isola di San Servolo in occasione della Biennale d’arte veneziana; a Bologna in una mostra presso lo Spazio Gianni Testoni e alla galleria Tempo per le farfalle.

Inaugurazione a partire dalle 18.30. Ingresso libero.

Categoria: Eventi, Mostre
26 giugno 2009 19:00a31 luglio 2009 19:00

altavelocita_0.jpg

Il Posto ospita una mostra del collettivo di fotografi BolognAngoloB. Inaugurazione venerdì 26 dalle 19.

BolognAngoloB è un gruppo nato da pochi anni all’interno di Flickr, portale online di fotografia. Si tratta di un gruppo in cui ognuno è libero di inserire gli scatti che, a suo modo, rappresentano non tanto Bologna, quanto soprattutto il concetto di “bolognesità”, quell’atmosfera che spesso esula dalle classiche foto da cartolina e mostra piuttosto le diverse anime, ritraendo i volti, i colori, le sensazioni e la storia da un punto di vista diverso e personalissimo, un tentativo di far emergere il modo in cui una città, famosa anche per i suoi luoghi comuni, viene vissuta dai suoi abitanti.
E’ in questa ottica che è stato affrontato il tanto discusso tema dell’ “Alta Velocità”, cercando di interpretarne il senso ed ampliandone il significato anche e soprattutto ai ritmi di una città in continua evoluzione e cambiamento.

Categoria: Eventi, Mostre
12 maggio 2009 18:30a15 giugno 2009 22:30

Circus

Parata di creature adesive

Circus

Il Posto ospita la prima installazione personale di Chrys Christodoulou, artista di origine greca, ma da anni trasferitosi, per studio e per curiosità, in Italia.
Sfogliando le pagine del suo quaderno si scopre una galleria di personaggi surreali, frutto di una sintesi fantastica di elementi reali e quotidiani: innesti e protesi giustapposte l’una all’altra, che nell’insieme caratterizzano con sembianze umane figure altrimenti amorfe.

L’artista, attento osservatore di ciò che lo circonda: persone, luoghi e dettagli apparentemente insignificanti, costruisce giorno dopo giorno una galleria immaginaria di oggetti stravaganti e disordinati tra loro, una sorta di diario personale da cui attinge costantemente per dare forma, sulla carta, alle sue creature.

La parata fantastica di personaggi che fuoriescono dalla mente e dalla mano di Christodoulou trova la sua ragione d’essere nella dimensione puramente onirica, retaggio bambinesco e rimando a quelle fiabe che ora come un tempo concorrono a popolare – e nutrire – la nostra fantasia.

Analogamente gli occhi chiusi, o talvolta socchiusi, dei protagonisti dell’installazione rivelano la dimensione irreale di perenne dormiveglia in cui vivono. La stessa espressione palesa l’ambiguità, e insieme la contraddizione, fra lo sguardo malinconico, quasi disincantato, delle figure e la loro natura infantile.

I lavori di Christodoulou, il tratto grafico preponderante e l’iconografia che oscilla tra umano e zoomorfo, scontano diverse influenze, alcune dichiarate altre più inconsapevoli e nascoste. Il disegno richiama le modalità tecniche ed espressive proprie della Street Art, in particolare sono evidenti le suggestioni di quella subcultura italiana che fa capo ad artisti, attivi in Italia e a Bologna, come Blu, Ericailcane e Tommaso Gorla.

Nelle immagini di Christodoulou, come per gli artisti appena citati, sono forti i richiami a modelli antichi e tra i più disparati, dalle visioni infernali di Bosch, popolate da figure bestiali e grottesche, alle scandalose incisioni di Goya, i satirici Capricci per citare le più conosciute.

In Circus la Street sono le mura del Posto. La parata di creature adesive, gli sticker, nata priva di una qualsiasi ambientazione, ha colonizzato le pareti del ristorante, abitandole: presenze evidenti e protagoniste accanto a dettagli nascosti, dalla lenta e casuale percezione.

Scarica il catalogo