| 28 novembre 2009 | ||
| 22:30 |

Direttamente dal festival Indipendulo all’interno del MEI (Meeting degli Indipendenti) Marcello Petruzzi, in arte 33 Ore, è ospite esclusivo al Posto per presentare l’acclamato esordio da solista Quando Vieni, disco che fa propria quell’eredità di Battisti fatta di parole ben scandite e di metafore che si susseguono, sfoggiando eleganza sin dal primo ascolto: Tim Buckley e Nick Drake, insieme a Robert Wyatt, sono i lampi che dall’alto illuminano il percorso che 33 Ore disegna con impeccabile precisione. Il cantautore tarantino, bolognese d’adozione, con il suo stile interpretativo oltre che compositivo è capace di sposare la poesia alla sperimentazione: la voce affascina, carezza l’ascolto e tocca il cuore, permeando un disco comunque incentrato sulla vita e le più intime sensazioni del protagonista.
Racconta di sé: «Sono nato a settembre, il quattro per l’esattezza. Un giorno che è un balcone sull’autunno, appena fuori dalla città salgono già gli aghi di freddo bianco. Quest’anno sto salutando il freddo che non mi ha mai spaventato, dicendogli: lasciami stare, so fare senza di te. Sono al lavoro sul mio secondo disco, ed anche sul terzo! Ogni giorno è una canzone. Il mio primo disco Quando vieni, con cui ho esordito dopo una lunga esperienza che va dai Caboto ai Franklin Delano ed anche Blakeeee, 4fioriperzoe, ed altri, si è offerto per quello che è: un disco di valore anche se ostile durante le presentazioni. Cattivo no, diffidente neanche, ostile nel senso che va affrontato. Non essendo esso né il suo autore al centro del mondo, per fortuna e ovviamente, è già tempo di riprovarci. I colori sono cambiati e c’è pace, freschezza. Questo lo dedico a me, attraverso un abbraccio a tutti coloro che mi stimano e agli autori delle numerose recensioni».
Quando Vieni – tracklist:
1. Un nome
2. L’ultima stella
3. Quando vieni
4. Penisola
5. Per quando mi mancherai
6. Uno splendido pianeta
7. Diventi nuvola
8. Gennaio
9. Cerco una ragione
10. Gioca
11. Polvere
33 ORE è il progetto solista cantautorale in lingua italiana di Marcello Petruzzi. Marcello nasce a Taranto nel 1976 e a tredici anni arriva a Livorno dove comincia a suonare la chitarra e il basso in giovani gruppi rock, garage e punk. Nel 1995, per continuare gli studi artistici, si trasferisce in una Bologna pervasa ancora dal suo mito, e vi trova una personale via al blues così come lo scenario di nuovi fermenti musicali, dal free jazz all’electro al rimescolamento del rock. Dopo i primi approcci (La Nuit Americaine, 1998) fonda con altri musicisti un eccentrico ensemble prevalentemente strumentale, Caboto, dalla carriera quasi decennale (1999-2007), in cui suona il basso, la chitarra e alcune linee vocali in numerosi concerti. Il risultato si fissa in tre dischi riconosciuti in ambiente indie post-rock e in quello del rock sperimentale progressive, mentre nelle tante menzioni della stampa specializzata si sprecano i riferimenti: Soft Machine, Frank Zappa, le produzioni ECM, il Miles Davis del primo periodo elettrico, e molto altro. I Caboto si sciolgono senza traumi nel 2007 ma la loro attitudine è in effetti stata per Marcello un’onesta scuola di massima libertà sonora.
Avvenimento importante è nel biennio 2005-2007 la partecipazione alla seconda esperienza americana dei Franklin Delano, seguitissima band alt-country psichedelico (dalle cui ceneri oggi provengono i Blakeeee con cui ancora collabora) e che ha visto muoversi molti musicisti al suo interno. Con la band di Marcella Riccardi e Paolo Iocca registra a Chicago il terzo disco Come home (basso elettrico, cori, armonica), suonando in live e viaggiando in tutta Italia e all’estero (Europa, un lungo tour in USA), ritrovando la radice di una forma compositiva più controllata.
Collabora con Christian Rainer (2004), Comfort Quartet (2007), 4fioriperzoe (2007), Nordgarden (2007-2009); partecipa anche ad episodi sporadici con membri dei Massimo Volume pre-reunion (2007-2008). Nel corso del tempo (2001-2007) scrive e registra alcune canzoni di matrice folk da cui troverà sviluppo il bisogno di comunicare conseguenze di sentimenti privati, duri e contrastanti almeno in una primissima fase. Arriva la possibilità di qualche concerto solista con lo pseudonimo di A Black Ego (2006-2007), i testi ancora in inglese e la musica in fase di raffinamento (2006-2007), ma ben presto decide di emancipare il punto di partenza di lingua italiana celato fino ad allora.
Quando vieni è un disco di debutto totale se si considera il percorso dell’autore ed anche il primo lavoro di cui Marcello Petruzzi con lo pseudonimo 33 ore firma da solista i testi e la composizione musicale con la produzione artistica di Matteo Romagnoli (4fioriperzoe).
Il disco esprime un carattere intimo se non velatamente autobiografico, a tratti crepuscolare, poi ironico e romanzato, “colto” per influenze sonore e ricco di suoni e arrangiamenti: la multiforme chitarra acustica, il cantato improvvisamente centrale, le ritmiche essenziali ed emotive (alla batteria French Brini di Swayzak), le armoniche blues e gli sfondi degli organi, le trame del sax baritono e del trombone (Elia Dalla Casa e Sofia Fattorillo); in tutto ciò si distinguono in più tracce il morbido wurlizer di Pietro Canali (Moltheni) e gli archi di Nicola Manzan (Bologna Violenta, Baustelle, 4fioriperzoe). Ma è soprattutto un album semplice nel rimandare a poetiche perdute e al cantautorato degli ‘70. I primi riscontri pubblici attorno allo speciale e.p. 3+3 pubblicato nel novembre 2008 sempre da Garrincha Dischi e ai vari “provini” diffusi in Rete parlano apertamente di un nuovo «erede di una grande tradizione».
Attraverso undici canzoni scorre un ritmo – quasi un tema non dichiarato ma che emerge sin dal titolo – che si dispiega come percezione stessa del tempo: di affetti sospesi, di visite continuamente rimandate, di deludenti comunicazioni telefoniche e di tempo mancante che si vorrebbe per chiarire legami scomodi; il tempo in relazio¬ni cupe e quello tramortito di una festa finita, della fretta di crescere e di chi aspetta notizie in solitudine. Il tempo perso. Fino a parlare del tempo che non è più, di una persona mai nominata e mai al centro della que¬stione la cui storia viva è finita eppure continua ad essere percepita nelle attese, con grande delicatezza, cer¬cando di sorreggere gli sguardi di chi rimane. L’avvicendarsi dei brani risolve però una familiarità e una disponi¬bilità a volte persino scherzose anche se sempre a ridosso di episodi limite, che sembrano così potersi temporaneamente comprendere.






